È stato un 29 ottobre ricco di appuntamenti a Canicattì per fare memoria del beato Rosario Angelo Livatino, primo magistrato della storia ad essere beatificato dalla Chiesa.
L'apertura per la seconda volta, dopo la traslazione del maggio scorso nella chiesa santa Chiara, del monumento per la venerazione del corpo mortale di Livatino, l'inaugurazione del "Giardino dei Giusti" alla villa comunale, a cura dell'associazione Casa Museo Livatino, "I Madonnari disegnano la Legalità", il convegno che ha visto relazionare tra gli altri il procuratore Sebastiano Ardita e la questora di Caltanissetta Pinuccia Agnello, il Concerto della Legalità, tutte organizzate dagli Amici di Livatino, e la celebrazione solenne presieduta dall'arcivescovo di Agrigento, hanno scandito la giornata.
Si e parlato di Livatino attraverso vari linguaggi; da quello religioso a quello culturale e formativo, impreziositi da ricordi prettamente personali e professionali, a quello musicale.
Di grande arricchimento gli interventi dei tre relatori del convegno che si è tenuto al Centro Culturale San Domenico.
Dopo i slauti dell'assessore Sciabica, del presidente Palilla e del vicario foraneo, delegato dell'arcivescovo, don Calogero Morgante, la parola è passata al postulatore della fase diocesana della canonizzazione del magistrato.
"Ho conosciuto davvero Livatino quando ho iniziato a sentire i testimoni del processo e quanti lo avevano incontrato per vari motivi. Ognuno di loro conosceva un pezzo di Rosario, quello che lui mostrava loro. Nelle sue agendine viene fuori il vero Rosario Livatino, non avrebbe mai pensato che saremmo stati qui a parlarne altrimenti non le avrebbe di certo scritte. Ma penso che si dovrebbe andare a rivedere anche i suoi provvedimenti, oltre alle agendine, per conoscerlo ancora meglio".
Molto toccante il ricordo della questora Angello per la quale avere conosciuto Livatino è stato fondamentale anche per le sue scelte professionali future. Da funzionaria di polizia e poi da dirigente del commissariato di Palma di Montechiaro ha avuto modo di vedere con i propri occhi gli anni della sanguinaria guerra di mafia nell'Agrigentino tra Stidda e Cosa Nostra.
"Quel 21 settembre ero impegnata con dei colleghi in un servizio straordinario del territorio alla scoperta di casi di lupara bianca a un certo punto arrivò la notizia di un omicidio. Quando capimmo che si trattava del giudice Livatino sentimmo un grande dolore, rappresentava per noi giovani, un grande punto di riferimento. Lui conosceva tutto. Sapeva tutto. Aveva una grande formazione. Per noi era la "legge" e se avevamo un dubbio andavamo da lui per chiarirlo. Quel giorno influenzò le mie scelte professionali future, poi decisi di spostarmi alla Direzione Investigastiva Antimafia".
Molto interessante e personale anche l'intervento del procuratore Ardita che per tantissimi anni tenne una corrispondenza con il padre di Livatino con cui c'era una grande stima reciproca.
"Quando seppi dell'omicidio del giudice Livatino stavo studiando per gli orali del concorso in magistratura. Fu una notizia che colpì molto noi giovani magistrati che volevano svolgere quella professione. Per noi il suo insegnamento è stato fondamentale. Non era semplice e non lo è ancora scegliere di mostrare la propria fede e non solo religiosa anche la propria passione, il trasporto, per la scoperta della verità. Senza questa fede, senza questa passione, si richia di far diventare questa professione burocrazia. Ed è questa fede che ha fatto di Livatino il grande giudice e grande uomo che era".
Altrettanto interessante la riflessione dell'arcivescovo monsignor Alessandro Damiano nella celebrazione solenne nella chiesa santa Chiara.
"Quando parlo di Rosario non posso non parlare del Battesimo. Per Rosario il Battesimo è stato un dono e un impegno. E per noi cos'è il Battesimo? Voglio che riflettete su questo interrogativo". E spiegando poi il testo del Vangelo, con un riferimento alla porta stretta della natività che si trova a Betlemme, monsignor Damiano, ha invitato i presenti a farsi piccoli per potere attraversare quella porta stretta di cui parla Gesù: "Più ci abbassiamo e più il Signore ci ricompenserà".
Al termine di questa giornata, cosa resterà? Da stamattina saremo donne e uomini migliori? Più riflessivi nelle nostre scelte? Più veri e credibili? Saremo davvero degni di essere concittadini del giudice beato?
Le risposte a queste mie provocazioni arriveranno dai fatti; dalle scelte e azioni che ogni giorno compiremo.
Le parole sono belle ma solo i fatti lasciano un segno di cambiamento. E di certo la nostra Canicattì, la nostra terra di Agrigento, la nostra terra di Sicilia attende questo cambiamento da fin troppo tempo. E se tanto è stato fatto in questi trent'anni, resta ancora troppo da fare.
Lo testimoniano le nostre città dove illegalità e inciviltà padroneggiano perchè basta poco per non scegliere la legalità.
È quello che si fa quando non si rispetta la fila nei luoghi pubblici, quando si chiede l'aiutino dell'amico di turno per velocizzare qualche pratica o avere un posto prima di altri, quando si abbandona la spazzatura dove capita, quando si parcheggia negli stalli riservati ai disabili, in doppia fila, in divieto di sosta, quando non si attraversa la strada sulle strisce pedonali, quando si assume droga, quando alla guida si supera il limite di velocità o si usa il cellullare.
Un elenco tanto lungo che purtroppo ormai si è innestato nell'immaginario collettivo ed è entrato perfettamente nella logica della nostra quotidianità come "normalità".





































